"TORNA A CASA MAROCCHINO"


"Torna a casa marocchino" si legge su un muro della metropolitana di Roma. E sotto, aggiunto da un'altra mano: "La mia casa è la Terra".
Una semplice scritta nasconde una domanda alla quale le scienze umane, quelle sociali e del pensiero cercano da sempre di rispondere:
"Quale terra è di chi?"



Le indagini sui Valori degli europei svolte sino al 1987 mostravano un italiano antirazzista e tollerante: di fronte agli echi provenienti da Francia, Germania e Stati Uniti si diceva in maniera abbastanza concorde che per ragioni storiche l'Italia non era terreno fertile per i conflitti etnico razziali, ma la brusca virata geopolitica del 1989, coincisa con l'avvento della grande crisi economica mondiale e con un afflusso notevole di persone provenienti dall'Africa e dall'Estremo Oriente, ha fatto trasparire un Italia diversa da quella descritta in precedenza.

L'aumento della concorrenza per lavori sottopagati e quindi il timore di perdere i propri privilegi è un motivo non trascurabile dell'acutizzarsi del sentimento dell'intolleranza, ma ancora più responsabile è il difficile confronto con abitudini, riti e culti differenti dai nostri. Anche tra persone che si professano tolleranti e ‘cosmopolite’ è diffusa una convinzione che recita più o meno così:
"Non ho problemi a fare il turista in paesi lontani e ricevere turisti provenienti da tutto il mondo. Ma avrei difficoltà a condividere esperienze di lavoro comuni, o una coabitazione nello stesso condominio con persone così diverse".
Le differenze etniche sono e sono state spesso all'origine di rapporti difficii, persino ostili tra i gruppi socio-culturali. In molte città musulmane razze e religioni diverse vivevano gomito a gomito, senza tuttavia mescolarsi, chiuse com'erano in zone pressoché autosufficienti ed autoreggenti. Nel 1932 Antiochia (Turchia) contava 30.000 abitanti suddivisi in 45 quartiteri-cellula, mentre se si va a guardare una cartina di Chicago di quello stesso anno si noterebbe la sistemazione ai quattro angoli estremi della città dei tedeschi, dei polacchi, degli italiani, degli ebrei e dei negri. Gli studiosi delle scienze sociali affermano che aldilà delle similitudini delle due situazioni appena descritte il rischio che la scintilla esploda in una città come Chicago e non ad Antiochia è legato al fatto che nei paesi industrializzati la segregazione etnica è aggravata da una segregazione economica. Secondo quest'ottica è l'economia, ossia i rapporti di produzione, a dominare le altre componenti della vita sociale e a condizionare l'organizzazione dello spazio. Alle differenti condizioni socio-economiche degli uomini corrispondono altrettanti quartieri urbani: ogni città ha il quartiere borghese, quello sottoproletario etc. In sostanza, come afferma lo studioso H. Isnard, "sulle esigenze economiche il mondo si integra in un sistema gerarchizzato che abolisce le differenze sotto le disparità".
Un altro punto di vista imprescindibile per la comprensione del ‘pensiero intollerante’ ce lo offre l'antropologia, che punta l'indice sul cosiddetto ‘inconsapevole imperialismo culturale’ delle persone. Anche tra individui scolarizzati e che si professano tolleranti non è raro sentire affermare che la nostra cucina è la migliore, che nulla si ha da imparare dagli altri paesi eccetera, palesando in tal modo un rapporto col diverso da sé chiaramente gerarchizzato, in cui ‘il meglio’ è naturalmente rappresentato dal nostro modello, quello conosciuto. E bisogna dire che gli italiani, specie quando si trovano momentaneamente all'estero, incarnano splendidamente la figura dell'inconsapevole imperialista culturale.

Chi sente contaminate le proprie abitudini, le proprie 'ricette', ha il diritto di battersi per la loro tutela: come fanno tutti i produttori di alimenti 'doc'. Ma nessuno è autorizzato ad imporre il proprio prodotto, il proprio modello di pensiero e di comportamento. Perché se è vero che sono pur sempre i comportamenti a definire le culture, è altrettanto vero - almeno per chi scrive - che i comportamenti ultra- conservatori, quelli che mirano ad innalzare certe abitudini a norme universali, finiscono per offrire ossigeno troppo rarefatto alla cultura. E senza ossigeno, come si sa, si muore.


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